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Il matrimonio di Evely Couch sta affrontando un momento di profonda crisi, anche se nessuno sembra voler prendere la cosa sul serio. Durante la visita ad alcuni parenti ospiti di una casa di riposo, Evelyn incontra Ninny Threadgoode, un?anziana e arzilla signora che inizia a raccontarle le appassionanti vicende di una giovane donna vissuta nell?Alabama degli anni Venti. E? una toccante storia di coraggio e di lotta per l?indipendenza grazie alla quale Evelyn trover? una nuova amica e imparer? a prendere in mano le redini della propria vita.

Il film soddisfa il desiderio dello spettatore di veder continuare il film, di tornare sulla scena del film visto e amato (Marty torna come uno spettatore sulle scene del primo capitolo). Il desiderio dello spettatore di tornare sulla scena del film corrisponde al nostalgico desiderio umano di rivivere il passato. La pulsione dei personaggi a tornare nel passato corrisponde al sogno dell’uomo di tornare sui propri passi, di cambiare le cose, le scelte prese nel corso della vita.

Anche se i favoriti sembravano essere Bill Corso e Dennis Liddiard per Foxcatcher, per il lavoro svolto sull’attore Steve Carell che sotto il cerone appariva irriconoscibile, il premio per Miglior trucco e acconciatura se lo sono portati a casa Frances Hannon e Mark Coulier per Grand Budapest Hotel. Milena Canonero e Frances Hannon sono state anche tra le poche donne (nove in tutto) a impugnare l’Oscar in un’edizione che già contava poche candidate nelle varie categorie. L’altra critica che è stata mossa all’Academy riguardava la poca presenza di afroamericani nelle varie categorie (per la prima volta dal 1998 non ci sono candidati non bianchi tra gli attori) e dalla scarsa considerazione per Selma che ha ricevuto solo due nomination di cui solo una messa a segno: Migliore canzone originale per Glory.Nella categoria Miglior film straniero il polacco Pawel Pawlikowski ha rispettato tutte le previsioni impugnando l’Oscar per Ida mettendo in chiaro ancora una volta che la tematica dell’Olocausto è sempre ben vista dall’Academy e tenendo un discorso di ringraziamento troppo lungo secondo i canoni della diretta televisiva da guadagnarsi lo spegnimento delle luci.

Tra i registi danesi della generazione esplosa negli anni Novanta, Nicolas Winding Refn è forse il più irritante e ambizioso, ma anche il maggiormente dotato, coerente e originale, come dimostra un cammino artistico che sembra migliorare di anno in anno.Nato a Copenhagen nel 1970, studia a New York presso l’American Academy of Dramatic Arts per poi tornare in patria dove, invece di terminare la formazione interrotta prima del conseguimento del diploma, decide di autofinanziarsi il primo lungometraggio, Pusher (1996). Film di gangster rabbioso e colmo di temi difficili trattati attraverso uno sguardo sporco e duro, quest’impressionante esordio racconta la disperata storia di Frank, un piccolo spacciatore che deve trovare un mucchio di soldi da restituire ad un pericoloso boss serbo di cui è debitore. Per alcuni è già una folgorazione, per altri un’esperienza da dimenticare.Più maturo e risolto del precedente nel suo disegno complessivo, il successivo Bleeder (1999) è, invece, un esperimento a più voci sulle assurde vicende di alcuni personaggi che hanno il loro punto d’incontro in una videoteca dove lavora il commesso interpretato da Mads Mikkelsen: ancora una volta, un’ottica febbricitante e spietata mette in immagini un intreccio folle e privo di speranza con un finale atroce e difficilmente dimenticabile.

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